Alla ricerca delle implicazioni politiche nel Corpus Areopagitico

Alla ricerca delle implicazioni politiche nel Corpus Areopagitico

Paolo CesarettiSR 6

L’attribuzione del Corpus Areopagitico a Damascio, ultimo scolarca dell’Accademia di Atene (515-529), avanzata da C.M. Mazzucchi sin dal 2006, ha avuto fra gli altri meriti quello di riproporre la questione del rapporto tra la politica di Giustiniano e l’elaborazione culturale del suo tempo. A una possibile “fronda” pagana e anticristiana (quanto meno agnostica), attiva nello stesso Palazzo imperiale o nelle cerchie prossime al potere giustinianeo, sono state ascritte figure quali Triboniano, Giovanni Lido, Procopio, con la loro Kaiserkritik più o meno velata dietro le convenzioni della corte o della retorica. Il Corpus-secondo-Damascio, che cominciò a diffondersi in ambito siriaco già ca. 525, costituirebbe invece una “dissimulazione” ben più radicale, rifuggendo da strategie come l’allusione dotta cifrata, l’omaggio apparente, la trasmissione “esoterica” del testo. Damascio compirebbe infatti la più eversiva delle operazioni, “svuotando” l’intero messaggio cristiano (sono in questione temi come l’incarnazione di Cristo, la sua Resurrezione, il rapporto personale con Dio Padre) da posizioni neoplatoniche velate dietro uno stretto rapporto con le Scritture e una formidabile perizia argomentativa. Titanica nell’intento - in speculare simmetria con il titanismo giustinianeo – ma pianificata e accorta nella prassi di diffusione, la forgery seppe paradossalmente farsi percepire come “allineata” rispetto alla politica giustinianea, soprattutto per il suo accento sul concetto di “gerarchia”. Si è postulata la committenza giustinianea per gli scoli di Giovanni di Scitopoli (ca. 540). Nel 2018 E.S. Mainoldi ha proposto che la forgery di matrice neoplatonica – autore l’ateniese Egia – sia stata realizzata in contatto con l’imperatore; a tal punto “organica” al progetto giustinianeo che la basilica di Santa Sofia ne costituirebbe la controparte architettonica. Vi sarà mai una “ultima parola” sul Corpus? Intanto sono possibili riflessioni sulle modalità di elaborazione e diffusione dei testi e sulla creazione di nuove aspettative di lettura in un panorama culturale non limitato alla corte.

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